“TESTO CRITICO” In Rif. alla Mostra c/o Alessandria (Anno 2007)

E’ un universo pullulante di esseri umani immersi nei contesti più diversi quello che Alessandra Bonomini sceglie di raffigurare nei suoi quadri, una realtà in cui indaga l’esistenza e le emozioni di un’umanità sospesa fra una trasfigurazione banalizzante e un anonimato che raccoglie il dato esperienziale e lo trasforma in un brutale richiamo alla inutilità del dolore, un mosaico di piccoli drammi personali e di cronaca che sono raccontati senza pietas apparente, ma con una attonita partecipazione. Il racconto visivo è affidato a una pittura in cui si fonde la sintesi espressionistica e, a tratti, il richiamo al realismo di pittori come Fausto Pirandello rimeditati attraverso la lezione dei pittori delle ultime generazioni, da Alex Katz alla New British Art nel rifiuto del dettaglio e nell’opzione per una “sgradevolezza” ostentata e coltivata come antidoto all’accademia.
Il dilatato deformarsi dei tratti somatici appiattiti oppure riconoscibili, alterati ed enfatizzati a sottolineare le tracce del sentire non trasforma, come è stato osservato, i volti in maschere ma accentua alla maniera di Bacon, i conflitti interiori e i segni che questi lasciano sul volto e sul corpo.
Analogamente i luoghi, lungi dal presentarsi come immagini-cartolina, appaiono velati di una patina metafisica, in assenza talvolta di peso specifico, attraversati da una forza appiattente che limita la prospettiva a un dimensionamento proporzionale tra le cose, a volte, come in Ambiente domestico, ribaltato nella giustapposizione dei piani e nella voluta alterazione dei rapporti di grandezza.
Un importante capitolo del lavoro dell’artista è rappresentato dalla scrittura, una prosa poetica in cui si condensano gli scenari della memoria, fondale indispensabile per costruire e ricostruire le storie a colori da cui nascono i suoi multiformi dipinti.

Luisa Caffarelli

“SPECCHIO TEMPORALE” In Rif. alla Mostra personale c/o Castellarquato (Anno 2008) – Estrapolato dal catalogo 2008

Nella irrefrenabile varietà e persino bellezza del mondo, Alessandra Bonomini raccoglie con minuta sensibilità dettagli in apparenza inconsistenti, attimi non decisivi, frazioni sottratte al continuum dell’esistenza. Fotografi come Robert Frank hanno fatto di scelte come queste una teoria: la vita è in between, la fotografia mente quando pretende di isolare, anzi compie un’operazione indebita. Anche Alessandra Bonomini diffida delle idealizzazioni. Diffida anche delle parole (di cui pure fa abbondante uso nel tentativo di chiarire intenzioni e circostanze, o forse di renderle più oscure), dei testi critici che pretendono di spiegare, delle interpretazioni troppo schematiche e convinte. Accanto a lei invece sembrerebbe necessaria una parola che non si sovrapponga ma piuttosto accompagni con circospezione, una parola capace di girare intorno, offrendo suggestioni e possibilità per pensare. Perchè tante precauzioni? perchè pretendere di dire la verità, di avere l’ultima parola è ridicolo: davvero ridicolo quando c’è questo flusso che affonda le impressioni una nell’altra, una addosso all’altra e il mondo resta in fondo inaccessibile oltre alla lente smerigliata della nostra soggettività mutevole e instabile. “Sarebbe un grave errore” ammonisce Jean èPaul Sartre (Immagine e coscienza, Gallimard-Einaudi, 1948-80, p.19) “confondere questa vita della coscienza immaginativa, che dura, si organizza e si sgretola, con quella dell’oggetto di questa coscienza, il quale, durante questo tempo, può benissimo restare invariato”. E poi, è chiaro: già mentre guardo, ad ogni mio sguardo, c’è qualcosa che continuamente mi sfugge, tanto che l’argomento della mia rimostranza o del mio problema non è più il qualcosa ma lo sfuggire, non è nemmeno lo iato fra visione e conoscenza ma l’opacità in agguato, fra impressione, visione, senso. Ecco allora quadri come “156 chilometri”, “Riposo del movimento”, “Qualche volta” e il bellissimo “Ritratto, spia”. Il più esplicativo, quasi programmatico è il primo: la realtà si intravede deformata, solo attraverso il vetro, anzi si forma di riflesso, indirettamente. I prigionieri immobili nella caverna, dice Platone, non sapendo quel che accade alle loro spalle e non avendo esperienza del mondo esterno interpretano le ombre come oggetti reali: animali, piante e persone. Definire “banale”, “ordinario” o “quotidiano” il frammento di esistenza che questi dipinti inquadrano, benchè perfettamente legittimo e veridico, nondimeno è fuorviante: Alessandra Bonomini non coltiva il piacere dell’understatement a tutti i costi ma piuttosto si sofferma sulla distanza fra vedere e sapere, sui miraggi che si formano continuamente sulla strada della conoscenza (per non dire dell’impossibilità di una conoscenza oggettiva). Il parabrezza lo conferma come anche la prospettiva distorta della vetrina “Occhipinti” di un dipinto precedente. Altrove non è il vetro ma la messa a fuoco che si concentra con insistenza su un qualche punto del quadro, lasciando il resto nel vago del colore, della sfumatura, della dissolvenza (in fotografia si chiama flou). Nel grande dittico intitolato “Qualche volta” (2007) troviamo una ragazza dietro a una specie di banco, degli oggetti in mano, un sorriso allusivo ma non capiamo a cosa, a cosa cioè possa mai alludere. C’è un’intimità in questa scena che le circostanze non giustificano e che tende a creare, quindi, un certo imbarazzo. Dove siamo? in un bar, a casa, a una festa? chi è la ragazza? chi è, innanzitutto, per noi ? l’ambiente resta indistinto, affogato in un grande specchio. Supponendo, ma è una supposizione, di trovarci in un bar e che la ragazza sia l’inserviente, la scena potrebbe farci tornare in mente il capolavoro di Manet, “Un bar a le Folie Berger”, per quella certa attualità di cronaca che l’immagine convoglia, e quella vista insinuante e indiretta sull’incombenza inopportuna dell’avventore-seduttore a cui la ragazza restituisce un’espressione disillusa e triste pur nel sorriso obbligato dalle circostanze. Ma se là c’era la relazione, forzosa quanto si vuole ma pur sempre relazione, qui resta solo una specie di silenzio. Lo specchio non è verticale ma inclinato pertanto non inquadra le facce ma il pavimento e le gambe di mobili in stile. Il sorriso non c’è nessuno dall’altra parte del bancone, il gioco resta aperto e in qualche modo ci coinvolge. Qualcosa di simile accade ancora nel “Ritratto, spia”, ritratto di donna, donna non giovane, grandi occhiali. Sguardo fisso contro di noi, sguardo penetrante, quasi inquisitorio, ma non privo di dolcezza. Il suo volto è tutto a fuoco, il tratto finissimo e carezzevole ne svela ogni aspetto e ne definisce completamente la fisionomia. Il resto è una sinfonia cromatica che riempie gli occhi senza spiegare niente (o molto poco) dei suoi contenuti e della sua spazialità. Per insistere ancora nel gioco dei riferimenti, ci si permette di chiamare in causa Klimt, con quelle sontuose composizioni arabescate da cui quasi all’improvviso emerge dettagliatissimo fra precisi contorni un volto o un corpo femminile. Non è usuale che un pittore dei nostri anni sappia abbandonarsi con tanta soddisfazione all’esuberanza della decorazione, al piacere del colore, dell’intarsio, delle forme, di un gioco combinatorio di cose diverse, tanto denso da diventare horror vacui. La pittura di Alessandra Bonomini è spesso rigogliosa e negli ultimi anni ha coltivato, ha lasciato esplodere questo naturale rigoglio, accompagnando l’incisiva tensione del segno, una dote da illustratore quasi da vignettista, con un gusto lussureggiante del colore, il cinabro e l’arancio, il turchese, blu cobalto, verde smeraldo, bellissimo viola squillante. Perchè resistere? quando Alessandra Bonomini era piccola, la pittura europea, confinata per anni in posizioni quasi marginali e sospette, stava recuperando con gioia la propria pienezza di presenza sulla scena dell’arte. Transavanguardia, neo-espressionismo, pittura selvaggia, nuova figurazione e quant’altro ripropongono tutti insieme colore, emozione, racconto, che attraversano poi in gran parte la lunga stagione di eclettismo immediatamente successiva e restano risorse accessibili fino al presente. Sono questi infatti gli elementi che Alessandra Bonomini manipola liberamente da diversi anni a questa parte, è questo il repertorio che le è stato consegnato e a cui attinge. Infatti, si può fare quello che si vuole. Persino troppo. Ma resta quel volto, quello sguardo a infrangere l’idillio e a disturbare il nostro momentaneo disimpegno. Ci squadra senza esitazioni ma forse si sbaglia: noi non c’entriamo niente. Il dialogo che s’ingaggia qui infatti non è simmetrico e sembra voler spezzare l’antica convenzione del ritratto pittorico basato sulla fondamentale passività del soggetto, che è lì soprattutto per farsi guardare. Qui invece questo soggetto è attivo, soprattutto guarda, tanto da spingerci in contropiede, da metterci un po’ a disagio. Di nuovo quello che si insinua è una distanza, una domanda troppo diretta e troppo franca. L’artista, forse, mette a nudo un particolare del suo vissuto ma facendolo non ci aiuta a capire, anzi sottolinea soltanto la nostra totale inadeguatezza a farlo. Non troppo diversa la situazione che si crea con un quadro un poco precedente, “Riposo del movimento” (2006), una specie di portico di una vecchia struttura rurale non privo di quarti di nobiltà ma disseminato di sedie vuote e un’altalena dismessa. Dove siamo? perchè proprio lì? siamo entrati a metà film e ci rendiamo conto perfettamente che non sapremo mai più chi è l’assassino e neanche la vittima, anzi che forse non c’è nessun assassino e nessuna vittima. Possiamo, insomma, farci delle idee ma non aspettare che i fatti ce le confermino perchè i fatti non ci sono, ci sono solo quadri pieni di fastosa felicità pittorica e di ambiguità. “Dal fondo remoto del corridoio, lo specchio ci spiava. Scoprimmo (a notte alta questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso”, incomincia un celebre racconto di Jorge Luis Borges: in queste opere proliferano tutte le specie di specchi, da parete, retrovisori, ambientali, indicatori e forse persino da borsetta. Oggetti che insinuano nuove prospettive, disintegrano l’unità spaziale, compromettono le nostre certezze. Non si tratta, non si tratta solo di attimi sospesi, sottratti al flusso temporale, all’irresistibile fuga in avanti, ma di un attacco portato al cuore stesso dell’evidenza, dell’apparente oggettività delle cose, addobbato con i ricchi abiti di un segno elastico e sensibile e di un colore sfarzoso, lussureggiante. Questo linguaggio che offre le prime manifestazioni di se nel 2003-04, ha raggiunto adesso una maggiore complessità, direttamente proporzionale al distacco perplesso di Alessandra Bonomini, più che mai decisa a insinuare fra se e le situazioni quanti più filtri, quanti più distanziatori, quanti più riflessi possibile. D’altra parte conosciamo qualcosa che non sia riflesso?

Martina Corgnati

“TESTO CRITICO” in Rif. alla mostra personale c/o Fondazione Cà La Ghironda – Zola Predosa (Anno 2010)

I pittori di paesaggi, come per esempio Turner, tendono ad allargare, per dir così, l’orizzonte del quadro, mentre Alessandra Bonomini sembra interessata a restringerlo, a passare dalla rappresentazione delle montagne lontane a quella di una villetta, addirittura di un muro, o dello spigolo di un edificio. Questa sua valenza pittorica suggerisce un interesse per gli eventi percettivi della vita quotidiana, cogliendola dal punto di vista di un diffuso minimalismo e tralasciando ogni enfasi. Si potrebbe pensare a una pittura crepuscolare, dove le cose di ogni giorno sono chiamate in causa come dei totem, o come dei referenti socialmente condivisi. Se l’artista vede quello che agli altri sfugge, Alessandra Bonomini si sforzerebbe di vedere come tutti, alimentando una sorta di estetica unanimista. Sappiamo però e Kenneth Clark lo sottolineò già alcuni decenni fa, e Harasse ha ripreso la questione più di recente, che, in un quadro il particolare può assumere, attraverso una folgorante metonimia, il significato più recondito del quadro, diventandone un emblema. Succede come in certe vignette enigmistiche dove si nasconde una figura che chi guarda è sfidato a trovare e che costituisce la matrice di un possibile racconto. Alessandra Bonomini dipinge principalmente degli edifici, che talora assumono l’aura inquietante di certe architetture metafisiche di De Chirico o di Savigno. Però, si lascia anche tentare dalle fluide metamorfosi delle nuvole, oppure elabora dei ritratti magistrali, dove la fisionomia si muta in fisiognomica, e affiora, nella filigrana cromatica, una radiografia psicologica della persona. Ritratti come spie dell’anima. La sua operazione pittorica può essere, anche se molto alla lontana, paragonata alla poetica di Morandi, quella di cercare in una bottiglia, come lei in un muro di villetta balneare, una finestra aperta sull’invisibile.

Giorgio Celli

“TESTO CRITICO” In Rif. alla Mostra personale c/o Rosso Tiziano, Piacenza (Anno 2015)

Ricercare una possibile conoscenza interiore, attraverso uno scavare nella coscianza, con una comunicazione forte, trasmessa da architetture e paesaggi, da figure umane e oggetti, che si compongono o decompongono, connotati da una caratterizzazione nel segno e nel colore; in Alessandra Bonomini il dipingere è certamente frammento vivo della propria esistenza, che a volte sembra aprire una ricerca di dialogo con l’osservatore, a volte sembra inibirlo: le scene, le stanze, le fisionomie sintetizzate o rielaborate, si fanno costruzione di racconti, intreccio di vicende; infine, quei “testi” comprensibili attraverso i simboli o i riflessi, trovano un’altra possibile lettura mediante parafrasi, letteralmente due frasi poste accanto. Alessandra Bonomini ci apre un’ottica che parte dall’ordinario, come nell’interno de “La stanza di F.” dove le nuvole di fumo del camino richiamano, insieme alla composizione del pavimento, le narrazioni più intime e si intrecciano alla sguardo che cade sulla sedia faldistorio (angolo privilegiato dove scaturiscono i racconti che si possono tramandare a due a due) o che ci portano fino agli itinerari della memoria, con uno specchio che, a sua volta, riflette una apertura ulteriore. In una numerosa serie di sue opere da piccoli varchi, da finestre e porte, attraverso gli specchi, l’artista propone ipotesi di viaggio, un andare oltre o uno scendere in profondità, così come ogni situazione nasce nell’esistenza quotidiana con un pretesto e in un contesto, per dare origine, ciascuna volta, a nuovi tracciati. E appare così logico che i passaggi successivi di questi tragitti siano quelli che si compiono intorno “Alla vita della mente”, dello sprofondare nell’ordine/disordine del pensiero, settore privilegiato dove si colloca tanta parte dell’arte contemporanea. Vi è un lavorio, del tutto in azione (che a livello pittorico si gioca tra il segno carico di tensione e il gusto di affiancare o distinguere colore), sulla componente psicologica dell’uomo, sul conflitto fra corpo (soma) e anima (psychè), in un percorrere, tra un ordinario fatto di persone e oggetti della vita quotidiana, e uno straordinario costituito da divagazioni: “lasciare allo spettatore la possibilità di entrare oppure di rimanere sulla soglia oppure di ricostruire momenti simbolici quotidiani che traslati si manifestano”. Non a caso, una delle sue ultime composizioni si intitola “Bad News” e, a ciascuno degli spigoli, a ogni parete, corrispondono due figure che si dispongono verso un lato differente, aprendo due visuali diverse, come pure, le linee orizzontali e verticali che si contrappongono nella tela al centro della parete principale, suggeriscono due interpretazioni differenti. L’idea del paesaggio, che spesso si incrocia nei suoi dipinti, viene a costituire spazi di colore “mentale” (“Mondo viola”) e si tramuta in un “Oltreluogo” e con le parole della stessa Bonomini “Il metro di uno strano binario si porta in zone d’ombra, di luce irriflessa. Da un’altra strada, si disfa un elfo incline a una sua corsa controllore del tempo avanzato che rilascia man mano parti di oscurità”. D’altronde nelle sue opere è costantemente verificabile il piano delle presenze e delle assenze, colto dalle assenze l’attenzione ai “riflessi distinti e contrari”, che sottolineano elementi specifici nella superficie della tela, ad esempio in opere quali “Zighy” e “Botel”; alla figura femminile del primo dipinto si contrappone un divano della seconda tela, su cui, appunto, non siede nessuno. Così ritroviamo, al medesimo modo, in “Parafrasi a” e “Parafrasi b” una serie di sedie vuote attorno a tavoli: luoghi quindi di silenzio, o meglio di parole che si interrompono, per lasciare spazio a domande, riflessioni e proposte per possibili risposte. Chi vuole proseguire in questa direzione può passare dagli oggetti al design alla fisiognomica, si può fermare di fronte al “Ritratto 2009”, dove le macchie della vita si riflettono sul volto e le ombre inserite dietro al viso fanno immaginare spazi vuoti e bui dell’esistenza. E’ stato scritto, ed è verificabile, come la lezione del neo-espressionismo faccia parte del bagaglio formativo di Bonomini: l’interesse per qualcosa che va oltre il fisico ma non obliando mai del tutto il contatto con qualche apparenza di realtà, i registri cromatici che interpretano in modo più profondo il rappresentare, quel ritrarre “nè troppo vicino, nè troppo lontano dal soggetto”, la fanno giungere più recentemente, sino ai confini con l’opera di un pittore quale Nicolas De Stael, e in particolare si può pensare ad una tela quale “Parafrasi” e a quella figura, costituita quasi totalmente di forme, che varca una porta. L’uso del colore assume l’aspetto di qualcosa che spesso si traduce in elemento materico e, in qualche modo, supera la forma o per lo meno la idealizza, con le parole dello stesso De Stael “ciò che dà la dimensione è il peso delle forme, come queste sono situate, il contrasto”. Alessandra Bonomini giunge a questa personale dopo aver svolto un significativo percorso, a proposito del quale è utile ricordare le mostre tenutasi a Parigi, Bruxelles, Amsterdam, e attualmente a Cuba. Vale la pena rimarcare , inoltre, la sua partecipazione al premio Don Primo Mazzolari a Bozzolo (Mn) e alla 54° Biennale di Venezia 2011/12. A ripresa e conclusione del tracciato indicato è utile fermarsi tra la “Stanza di lettura” e “Stanza 001”; “lettura” diviene parola chiave per osservar e cogliere elementi di per sè poco significativi, tra piani architettonici che divengono spazi e frammenti (da smontare e ricomporre), per non lasciare nulla di intentato, per approfondire e riflettere, di nuovo di fronte a sedie vuote e in disuso, a tele piene di colore e a varchi che instancabilmente permettono di intuire passioni non sintetizzabili in forme solo razionali.

Tiziano Fermi

“ABBONAMENTO SOLO ANDATA” In Rif. alla Mostra presso OFFICINA DELL’ARTE, Piacenza (Anno 2016)

La caducità umana, l’insulto del tempo, l’uomo, anche ora che si crede padrone della vita e della morte nella maggior padronanza della “tekne”, ma nulla è cambiato. Occorre una visione più ampia, come sa fare un artista, e Bonomini fa esattamente questo. Già negli “Specchietti” coglie l’uomo, appena abbozzato, su dei mezzi di trasporto, (tema che sviluppa approfonditamente per ben tre anni) affaccendato nella quotidianità, in viaggio ma verso dove  In “Lei non è qui” e “Interno 18L” diviene evidente una ricerca di diversa dimensione, ove gli oggetti, domestici, o di uso occasionale come in un albergo, vanno a dissolversi nella luce e la figura umana si fonde nel tutto (“Zighy”). In questa sua ricerca, la dimensione spaziale diventa solo limitante e labile (“Alla vita della mente”) e lo spazio provvisorio, quasi metafisico (“Anything but the question”), con l’essere umano come sottinteso e non più protagonista in visione antropocentrica. La casa, rifugio dell’anima, diventa macerie, anche spirituali (“Interno 5”) e trasfigura (“Oltreluogo”), sublima la materia (“La stanza di F”) e prevale la luce (“Controluce”) in equilibrio tra sogno e realtà. Qui la pennellata è quasi metafisica con una chiave di lettura aperta alla interpretazione individuale (“Passaggio oltre le cose”). Il quadro si ribalta in “Parafrasi”, “Bad News” e “Notturno”, ove la figura umana esce, anche fisicamente, di scena. L’influenza neo-espressionista appare evidente e si può accostare a Nicolas De Stael, ritraendo “nè troppo vicino, nè troppo lontano dal soggetto” in equilibrio funanbolico tra astratto e figurativo. L’autore ci ha così dato consapevolezza che siamo in viaggio, abbiamo il biglietto, ma meramente un abbonamento solo andata.

Fabrizio Rossetti